Jane Austen

"Hanno detto di lei"
piccola antologia critica a cura del
Jane Austen Bookworm Club

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(...) La Austen era dunque stata tutte le proiezioni che ho raccontato? Elinor e Marianne, Elizabeth e Jane, Fanny e Mary, Emma e Jane Fairfax e Anne Elliot? E poi la stessa, colorata realtà, voce di mille voci? Era stata l'ombra e la luce, il giudizio e la sensibilità, l'ironica intelligenza e la tenerezza, il doloroso silenzio e il fascino, la felicità, la quiete, la freddezza e lo sfiorire e la passione? (...)

(Pietro Citati, dalla prefazione a Ragione e Sentimento - emma)


Senza volersene vantare o arrecare dolore al sesso opposto, possiamo dire che Orgoglio e pregiudizio è un buon libro. E comunque non ci sarebbe stato nulla di cui vergognarsi ad essere còlti nell’atto di scrivere Orgoglio e pregiudizio. Eppure Jane Austen era felice che un cardine della porta cigolasse, perché così poteva nascondere il suo manoscritto prima che qualcuno entrasse nella stanza. Per Jane Austen vi era qualcosa di disdicevole nello scrivere Orgoglio e pregiudizio.
E dunque, mi chiedevo, Orgoglio e Pregiudizio sarebbe stato un romanzo migliore se Jane Austen non avesse ritenuto necessario nasconderne il manoscritto allo sguardo dei visitatori? Ne lessi una pagina o due per capire; ma non riuscii a trovare alcun segno del fatto che le condizioni materiali della vita dell’autrice ne avessero in minima parte danneggiato il lavoro. Ed era quello, forse, il vero miracolo della sua opera. Ecco una donna, agli inizi dell’Ottocento, che scriveva senza odio, senza amarezza, senza paura, senza protestare, senza far prediche. La stessa condizione nella quale scriveva Shakespeare, pensavo, guardando il testo di Antonio e Cleopatra. E quando alcuni paragonano Shakespeare a Jane Austen, forse intendono dire che ambedue erano riusciti a dissolvere nella mente ogni ostacolo; ed è per questa ragione che non conosciamo Jane Austen e non conosciamo Shakespeare, ed è per questa ragione che Jane Austen pervade di sé ogni parola che ha scritto, proprio come fa Shakespeare. Se qualcosa faceva soffrire Jane Austen, questa era la ristrettezza della vita che le veniva imposta. Era impossibile per una donna andarsene in giro da sola. Lei non viaggiò mai. Non attraversò mai Londra su un omnibus, né mai fece colazione da sola in un locale pubblico. Ma forse era nella natura stessa di Jane Austen non desiderare ciò che non aveva. Il suo genio e le condizioni della sua vita si accordavano completamente.

(Virginia Woolf, da Una stanza tutta per sé - Lucia)


Meriti e difetti: "I primi derivano in buona parte dal vigore di una narrazione condotta con molta accuratezza ed efficacia e da un dialogo semplice ma comico, in cui i caratteri si evolvono con effetto drammatico. I difetti, al contrario, derivano dai minuti dettagli che l'autore include nella trama. Personaggi stravanti o ingenui, come il vecchio Mr Woodhouse e Miss Bates, sono ridicoli quando sono presentati per la prima volta ma, se vengono introdotti troppo spesso o se ci si sofferma troppo a lungo su di loro, hanno la tendenza a diventare noiosi, quando li si ascolta esprimere i propri pensieri, così nella finzione narrativa come lo sono effettivamente in società. Nel complesso, tra i romanzi di quest'autore e quelli sentimentali e romantici, c'è lo stesso rapporto che esiste tra i campi di grano, casette di campagna e prati, da un lato, e, dall'altro, i giardini elegantemente adorni di un palazzo monumentale o l'accidentata maestosità di un paesaggio di montagna. Non sono affascinanti come i primi, né grandiosi come il secondo, ma offrono a coloro che li frequentano un piacere molto simile a quello che procurano le proprie consuetudini e le proprie abitudini della vita sociale; e, ciò che importa, il giovane che tra essi si aggiri può tornare dalla sua passeggiata alle normali occupazioni della vita senza rischiare di essere distratto dal ricordo della scena per la quale ha vagabondato."

(Sir Walter Scott, dalla recensione a Emma, in "Quarterly Review", 1816 - Claire N.)


... L'effetto che la sua tecnica narrativa provoca nel lettore vuole essere, mutatis mutandis, simile a quello di un paesaggio di Constable o del primo Turner... Le sue tecniche, non poitanto diverse da quelle dei celebri paesaggisti contemporanei, applicate nell'ambito sociale e psicologico, producono degli scorci, dei contrasti di luce e d'ombra, ...
a partire dall'uso del punto di vista della prospettiva, al rapporto tra i vari piani della composizione..., alla funzione delle figure...
Ford diceva che l' arte della Austen lo faceva sentire "actually sitting in an armchair in Mansfield Park[ ...] with the characters" vale a dire si sentiva attirato dentro il quadro ad osservare, ascoltare gossip e conversazione, insomma a partecipare personalmente...

(Beatrice Battaglia, da "Jane Austen e il pittoresco", in Jane Austen. Oggi e ieri - regina)


Che genio, che integrità bisognava avere davanti a tutta quella critica, in mezzo a quella società puramente patriarcale, per insistere coraggiosamente nella realtà così come la vedevano gli occhi di una donna! Soltanto Jane Austen c'è riuscita; e anche Emily Bronte. Questa è un'altra piuma, forse la più bella, dei loro pennacchi. Scrissero come scrivono le donne, e non come scrivono gli uomini. Fra le mille donne che scrivevano romanzi in quell'epoca, furono le sole a ignorare completamente i perpetui ammonimenti dell'eterno pedagogo: scrivi questo, pensa quello. Furono le sole a dimostrarsi sorde a quella voce insistente, ora brontolante, ora condiscendente, ora dominante, ora ferita, ora scandalizzata, ora arrabbiata, ora familiare, quella voce che non lascia in pace le donne, ma deve sempre inseguirle, come una governante troppo onesta; scongiurandole, come Sir Egerton Brydges, di essere più raffinate; introducendo perfino nella critica poetica la critica del sesso; consigliando loro, se vogliono essere brave e vincere, suppongo un vistoso premio, di mantenersi entro certi limiti che sembrano convenienti al signore in questione.
(...) Il linguaggio corrente agli inizi dell'Ottocento era più o meno questo (...) Questo è il linguaggio di un uomo (...). Charlotte Brontë, nonostante il suo splendido talento di prosatrice, barcollava e cadeva, con quell'arma ingombrante tra le mani. (...) Jane Austen le diede un'occhiata, si mise a ridere e s'inventò uno stile perfettamente naturale ed elegante, adeguato alle sue necessità, al quale d'altronde rimase sempre fedele. Perciò, con molto meno genio letterario di Charlotte Brontë, riesce a dire infinitamente di più.

(Virginia Woolf, da Una stanza tutta per sé - Scarlett)


Una di quelle fate che si posano sulle culle l'avrà probabilmente portata a fare il giro del mondo non appena nata. E quando ritornò alla culla ella ormai sapeva non solo come era fatto il mondo, ma aveva anche scelto il suo regno.
(...)
Uno dopo l'altro, ella crea i suoi buffoni, i suoi pedanti, i suoi mondani, i suoi Mr Collins, i suoi Sir Walter Elliot, le sue signorine Bennet. Nascono avvolti nel colpo di frusta di una frase che, nell'atto di circoscriverli, ritaglia per sempre la loro sagoma. Ma rimangono lì; per loro non servono scuse, per loro non c'è pietà. Una volta che la scrittrice ha finito con Julia e con Maria Bertram, non rimane più niente di loro; Lady Bertram è lasciata a stare seduta nella poltrona e a chiamare Pug e a cercare di allontanarlo dalle aiuole eternamente. Si compie la giustizia divina; il dottor Grant, il quale comincia esigendo che la sua carne d'oca sia tenera, finisce col cagionarsi l'apoplessia e la morte, con tre grossi banchetti in una settimana. A volte sembra che Jane Austen facesse nascere le sue creature per il solo piacere di poter tagliare loro la testa.

(Virginia Woolf - Serena)


La sola assenza dei libri di Jane Austen, di per sé, farebbe di una biblioteca che non contenga alcun libro una biblioteca quasi accettabile.

(Mark Twain - Serena)


I haven't any right to criticise books, and I don't do it except when I hate them. I often want to criticise Jane Austen, but her books madden me so that I can't conceal my frenzy from the reader; and therefore I have to stop every time I begin. Everytime I read 'Pride and Prejudice' I want to dig her up and beat her over the skull with her own shin-bone.

(Mark Twain, da una lettera a Joseph Twichell del 13 sett. 1898 - Claire N.)


Jane Austen raggiunse la perfezione, ma si avverte un po' troppo presto (come in Marivaux) che essa non si arrischierà mai su vette esposte a venti troppo forti. Squisita padronanza di ciò che può essere dominato: Incantevole differenziazione dei personaggi medi. Riuscita perfetta e facile trionfo della decenza. Che donna incantevole dovette essere! Ma quanto la mia ammirazione si appanna quando la sento paragonare a Shakespeare!

(André Gide - emma)


Come Shakespeare essa rivela una uguale maestria nel tratteggiare personaggi sciocchi o pazzi e personaggi equilibrati - qualità tutt'altro che comune . Molti sono riusciti a delineare personaggi elevati ma sono falliti nel tentativo di dare vita a quei caratteri più deboli che è necessario introdurre in un'opera e si vuol dare una rappresentazione fedele della vita. Essi ci mostrano la pura follia in astratto. C'è chi ha criticato i suoi personaggi sciocchi in quanto troppo realistici e quindi noiosi. Ma chi guarda con piacere i quadri di scuola olandese deve pur ammettere che l'eccellenza dell'imitazione può conferire un certo fascino a ciò che sarebbe insipido o sgradevole nella realtà.

(Richard Whateley - emma)


È una maestra della derisione piuttosto che dell'arguzia o dell'umorismo... Ogni tanto la sua ironia è squisitamente amara... La mancanza di tenerezza e di spirito della signorina Austen è manifesta nella sua indifferenza verso i bambini. Compaiono raramente nelle sue storie, tranne che per illustrare la follia delle madri. Non li descrive in quanto bambini; li descrive in quanto bambini viziati, o attraverso cui una madre può ricevere complimenti da qualche astuto conoscente, e infliggere tormenti ai suoi amici più sensibili... In questa freddezza o antipatia la signorina Austen assomiglia a Charlotte Brontë.

(Alice Meynell, da The second person singular and other essays, 1894 - Lucia)


Jane Austen nacque prima che quei vincoli che (così ci viene detto) proteggevano le donne dalla verità venissero distrutti dalle Brontë o abilmente rimossi da George Eliot. Eppure resta il fatto che Jane Austen conosceva gli uomini meglio di loro. Forse Jane Austen è stata protetta dalla verità; ma è davvero ben poca la verità che fu protetta da lei.

(G. K. Chesterton, da The Victorian Age in literature, 1913) - Lucia


Conosceva esattamente le sue capacità e quali temi vi si addicessero per poterli trattare come deve uno scrittore che mira alto. C’erano impressioni che restavano fuori del suo territorio; emozioni che nessuno sforzo o artificio le sue risorse avrebbero potuto coprire. Per esempio, non era in grado di far parlare con entusiasmo una ragazza di argomenti politici o religiosi. Non era in grado di aprirsi con partecipazione totale a un momento romantico. Usava ogni mezzo per evitare scene di passione. Si rivolgeva alla natura in un modo obliquo, tutto suo. Sa descrivere una notte bellissima senza nominare una volta la luna. Nonostante questo, quando leggiamo le poche frasi formali sulla “brillantezza di una notte senza nubi e il contrasto creato dalle ombre profonde degli alberi”, la notte diventa all’improvviso “solenne, e pacifica, e splendida” così come, con semplicità, lei la definisce.

(Vrginia Woolf, da The common reader, 1925 - Lucia)


L'ironia di jane Austen, è, solo in via secondaria, una questione di tonalità. In primo luogo, essa è un metodo di comprensione. Essa percepisce il mondo attraverso la consapevolezza delle sue contraddizioni, i suoi paradossi, le sue anomalie. Non è assolutamente un'ironia distaccata. E' piuttosto il riconoscimento del fatto che lo spirito non è libero, bensì condizionato, limitato dalle circostanze. L'ironia di Jane Austen ha come bersaglio non solo alcuni dei suoi personaggi ma lo stesso lettore.

(Lionel Trilling - emma)


È proprio ora che questa assurda sufficienza nei confronti di Jane Austen finisca. Ritenere che abbia una gamma limitata perché aveva un metodo basato sull’armonia è sensato come immaginare che quando l’Atlantico è calmo come uno stagno si restringa e diventi altrettanto piccolo. Ci sono coloro che per il decoro dei suoi modi, per il fatto che le sue vergini sono così virginali da essere inconsapevoli della propria verginità, si illudono che ignorasse la passione. Ma guardate attraverso il fine intaglio delle sue frasi impeccabili, congiunte con i chiodi luminosi della maestria artigianale, dipinte con la vivace vernice dell’arguzia, e vedrete donne sfiancate dal desiderio o trionfanti d’amore, le cui delicate reazioni verso gli uomini fanno apparire le eroine di tutti gli ultimi romanzieri capaci semplicemente di mostrare i cartelli di “Stop” o “Avanti” al maschio in arrivo.

(Rebecca West, da The strange necessity, 1928 - Lucia)


a chiave della fortuna di Jane Austen presso i posteri, risiede in parte nella straordinaria grazia della sua abilità, o piuttosto nella sua inconsapevolezza; come se, tutt’al più, per difficoltà, per imbarazzo, piegata sul cestino da lavoro, fosse piombata, in un sogno a occhi aperti, e avesse lasciato cadere dei punti, che poi sono stati raccolti e sono diventati, piccoli colpi da maestro dell’immaginazione.

(Henry James, da The Lesson of Balzac, 1905 - Lucia)


A quindici anni, Jane Austen era già una grande scrittrice: aveva quasi tutti i doni che un romanziere acquista a metà o alla fine della sua carriera. Non ci facciamo illudere da Amore e amicizia, Lesley Casile o Catherine, ovvero la pergola. Non sono scherzi di famiglia: chi scrive non è una ragazza di quindici anni, che ride nel suo angoletto e si prende gioco delle mode del tempo. Il gioco della Austen è molto più inquietante. La ragazza di quindici anni che certo nella vita quotidiana rispettava la casa, la famiglia e la chiesa, è una perfetta nichilista. Non ha rispetto per niente. Di tutto ciò che esiste – la famiglia, la casa, la conversazione, le più innocenti abitudini, quell’edificio compatto e immortale che noi tutti veneriamo e che chiamiamo realtà – non si salva, ai suoi occhi, la minima apparenza. Basta che lei ne scriva nei suoi quaderni di scolara e tutto viene portato all’assurdo, e si dissolve in una nuvola di insensatezza.
Non sappiamo quando la Austen cambiò lo sguardo. La piccola terrificante nichilista accettò senza riserve le forme apparenti e la costruzione della realtà. Quest’accordo fu naturale o spontaneo? O fece uno sforzo su se stessa? Nei grandi romanzi, la Austen ama i luoghi comuni, le fissazioni, le istituzioni: tutto ciò che si ripete nella vita quotidiana, persino la sciocchezza, la stolidità, le interminabili chiacchiere della signora Jennings o della signorina Bates le ispirano dei piccolissimi capolavori. Cosa importa che, a volte fosse una giudice spietata e crudele? Appena si guardava attorno, la Austen trovava il mondo divertentissimo; e lo raccontava con un’allegria scintillante, con un sempre rinnovato piacere di vivere e di scrivere, con un gioia che oltrepassava la cosa narrata. Il qui le bastava, e non provava nessuna nostalgia di altri mondi.
C’è un luogo, in Emma, dove la Austen si confessò per sempre. In un negozio, Emma attende che un’amica faccia acquisti: il tempo passa, lei si annoia, e si affaccia alla porta: il signor Perry cammina in fretta, il signor William Cox entra nel suo ufficio, uno sporadico fattorino postale passa sul mulo, e poi c’è un macellaio col suo tagliere, una vecchietta col cestino pieno, due cani che si litigano un lurido osso… Sono povere cose: non c’è quasi nulla da vedere, come c’è poco da vedere nel villaggio normanno dove abita un’altra Emma, Madame Bovary. Ma quale differenza! La ripetizione della vita provinciale non desta in Madame Bovary che irritazione e noia. Con la sua mente luminosa, Emma( e la Austen) è felice dello spettacolo quotidiano: non desidera altro: accetta totalmente, con amore e ironia, ciò che la vita le offre; e ogni oggetto è per lei (non è fuori luogo il vocabolo caro a Joyce), un' epifania. "Una mente vivace e tranquilla… non vede nulla che non le piaccia…”
Qualsiasi romanziere che accetti così arditamente il mondo, come fanno la Austen o Dickens o Balzac o Proust, finisce per sporcarsi con la realtà: essa penetra dentro di lui, lo contamina, anche se questa contaminazione accresce il suo genio. Nel caso della Austen, invece non accadde nulla di questo. La sua mente restò meravigliosamente pura: come dice un passo della scena che ho ricordato, non aveva bisogno di vedere niente; e si poteva dedicare alla pura contemplazione di se stessa. Una mente vivace e tranquilla può essere soddisfatta anche senza vedere nulla. C’era in lei, dietro l’improbo realismo e l’ironia, una zona di quiete: un fondo lievemente estatico. Aveva una mente perfettamente formata e armoniosa: forse soltanto Raffaello l’aveva come la Austen ; una luce giusta, chiara e limpida usciva da lei, avvolgeva le cose, impregnava le persone, toccavav le atmosfere e le superfici, giudicava il bene ed il male, senza che nessun pregiudizio offuscasse, nemmeno, per un momento, lo spirito e la rappresentazione. Come capita solo ai geni, conosceva tutti i segreti della realtà, anche senza averne esperienza. E la precisione con cui li raffigurava non era mai vittima del demone moderno della precisione...

(Pietro Citati, dalla prefazione a Ragione e Sentimento - emma)


Jane Austen$1
Sento che sto per avvicinarmi a un terreno pericoloso.
La reputazione di Jane Austen è difesa da eserciti di paladini pronti a uccidere per la loro santa causa. Sono quasi tutti dei fanatici. Non ascoltano. Se qualcuno “attacca Jane” può succedergli di tutto. È probabile che venga invitato a dimettersi dai club. E io non voglio dimettermi dai miei…
La trovo meravigliosa, inebriante… [ma] non conosceva abbastanza il mondo da diventare una grande romanziera. Non nutriva l’ambizione di essere una grande scrittrice di romanzi. Sapeva qual’era il suo posto; i suoi “fans” di oggi invece lo ignorano e senza dubbio le loro buffonate avrebbero stuzzicato l’ironia letale di Jane.

(Da The author’s craft and other critical writings of Arnold Bennett, 1927 - Lucia)


Marilyn Butler ha diviso le eroine austeniane tra quelle che sbagliano e poi imparano (Elizabeth Bennet, Marianne Dashwood, Catherine Morland, Emma Woodhouse) e quelle che sono sempre nel giusto (Elinor Dashwood, Fanny Price, Anne Elliot).

(Marilyn Butler, da Jane Austen and the War of Ideas, Clarendon Press, 1987 - G Ierolli)


Dopo aver rivisto tutti i film e le critiche dei film nelle librerie specializzate di Londra, Los Angeles e New York e dopo aver pregato, comprato o preso in prestito una libreria di libri e articoli su adattamenti dalla letteratura ai film, sono giunta ad una conclusione riguardo il cercare di ricreare il “Mondo di Jane Austen” in modo fedele ed autentico per rendere felici le sue fan.
In due parole: non fatelo.

(Elsa Solender, ex-presidente della Società del Nord America di Jane Austen - Lucia)


Quali ne sono le componenti? Un ballo in una città di provincia; alcune coppie che si incontrano e si tengono per mano in una sala dove si mangia e si beve un po'; e, come "catastrofe", un ragazzo che viene umiliato da una signorina e trattato con bontà da un'altra. Nessuna tragedia, nessun eroismo. Eppure, per qualche motivo, la scenetta ci commuove in modo del tutto sproporzionato all'apparente banalità. Il comportamento di Emma nella sala da ballo ci ha permesso di capire quanto riguardosa, tenera e spinta da sentimenti sinceri si sarebbe rivelata nelle crisi più gravi della vita che inevitabilmente, mentre la seguiamo, si dispiegano ai nostri occhi. Jane Austen padroneggia un'emozione molto più profonda di quanto non emerga in superficie. Ci stimola a fornire quel che manca. Lei pare offrire solo un'inezia che però si espande nella mente del lettore arricchendo certe scene a prima vista insignificanti di una vitalità quanto mai duratura.

(Virginia Woolf, da "Jane Austen", in Il lettore comune, trad. Vittoria Sanna - G Ierolli)


Rimane di questa misteriosa, per troppa luce meridiana di quieta vita borghese, autrice di romanzi immortali, fra le più alte cime della ricca narrativa inglese, un ritratto schizzato dall’amata sorella Cassandra. È un operina modesta, nata per uso e consumo familiari: eppure nel suo scrupolo di rassomiglianza, nel suo tratteggio modesto, ci pare che dica molto della modella. Che sta a braccia conserte, il corpo giovane vestito d’un abito semplice, il capo di tre quarti illeggiadrito da pochi riccioli sulla fronte e chiuso nella rete d’una cuffietta. Una delle infinite signorine che popolavano l’Inghilterra tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento? Si e no. Perché le labbra strette, gli occhi serissimi, acuti e pure perduti, miranti per così dire al di là, ci avvertono che si tratta d’una persona non comune. Accettato il suo status di zitellina medio borghese di provincia, con qualche raro intermezzo, qualche breve scappata a Londra, Jane si concentra su quanto la circonda e ne sa estrarre una commedia umana limitata nell’estensione non nella profondità. Se Cassandra non avesse colpevolmente distrutto tante sue lettere, ne sapremmo molto di più. Ma ci servirebbe? Non so. I suoi libri, nella loro suprema oggettività, non offrono mai veri e propri spunti autobiografici, ma dimostrano chiaramente che chi li ha scritti, con tutto che ha accettato, senza una minimia ribellione, la più comune delle esistenze, è uno spirito indomabile, volto alla ricerca più strenua delle verità del cuore, delle contraddizioni del costume e della morale borghese.
Dopo quasi due secoli, Miss Austen sfuma sin quasi a perdersi nell’anonimato della società che l’ha generata e cresciuta, ma i suoi romanzi vengono avanti con un’evidenza straordinaria, senza la minima ruga, abbaglianti di chiarezza intellettuale, impressionanti come trompe-l’oeil di realtà esistenziale.

(Attilio Bertolucci, dalla prefaziona Emma - Lucia)


ane, malgrado le apparenze, un marito non lo cercò poi troppo, o forse fu così sfortunata da non trovarlo mai. Il segreto della sua storia va cercato negli esigui spazi d'intimità che Jane riuscì a trovare lavorando ai suoi romanzi nel soggiorno di casa [...]
Qui la scrittrice si dedicò a trasformare questa «caccia al marito» delle ragazze-farfalle come lei era stata, in qualcosa di meno innocente di quanto non sembrasse. Questa eterna signorina, vissuta costantemente al riparo della sua casa e della sua famiglia, sapeva dunque leggere quanto si muoveva dietro gli intrecci sentimentali e dietro il minuetto dei corteggiamenti. Ma l'importante è soprattutto come scelse di scriverne, privilegiando le «trivialità dell'esistenza giornaliera... pranzi, gite, balli di campagna». Chiacchiera, pettegolezzo, forme «basse» della conversazione, riscattate dalla loro banalità quotidiana.
[...]
Quella della Austen è una scelta antiepica: i suoi romanzi non mettono in scena eroi, ma protagonisti della vita borghese di tutti i giorni, delle sue case e dei suoi ambienti. È la scelta di concentrare in un mondo dell'interno, del chiuso, dell'apparente immobilità, passioni, conflitti, trasformazioni solitamente affidati ad altri generi, ad altri stili.

(Elisabetta Rasy, da Le donne e la letteratura, 1984 - Lucia)


Negli ultimi decenni del Settecento e nei primi dell'Ottocento l'Inghilterra passò da un orientamento aristocratico ad uno borghese, senza nessuna di quelle rozze rivoluzioni che sconvolsero sul continente altre nazioni minori.
Gente nuova, con ricchezze nuove e nuove forme di potere, impegnata nell'impresa tipicamente britannica di innestarsi sul vecchio ceppo aristocratico, soprattutto attraverso i matrimoni: questo è il tema di Jane Austen.
Un titolo come Orgoglio e pregiudizio rivela non tanto un suo uniformarsi al vecchio modo settecentesco di personificare concetti astratti, quanto la sua ottocentesca preoccupazione per le realtà sociali: le classi sociali, i valori sociali e il denaro.

(Ellen Moers, da Grandi scrittrici, grandi letterate - Lucia)


... Abbiamo additato in alcuni capolavori del romanzo vittoriano quella tendenza verso la semplicità della forma che è l'ideale del romanzo ben fatto. Se avessi cominciato il mio esame rifacendomi ad un periodo anteriore, avrei incluso naturalmente qualche romanzo di Jane Austen, Mansfield Park, per esempio.

(Joseph Warren Beach - emma)


La Austen è uno dei pochi romanzieri che ha davvero creato un mondo: un mondo ristretto, certamente, che non ha la vastità degli universi di Balzac o di Dostoevskij, ma che può, come estensione, gareggiare con il mondo di Marcel Proust.
(...)
Essa è completamente priva d'illusioni: di ogni azione apparentemente disinteressata essa vi mostra, in una mezza frase, i motivi egoistici. Non ha rispetto per niente. Pensate, per esempio, al modo con il quale nel romanzo del primo Ottocento erano dipinte le figure dei "genitori": una venerabilità, una virtuosità da togliere il respiro. Guardate la Austen: il ridicolo, la vanità, l'infatuazione vi sono ritratti senza ritegno. La Austen è uno di quegli scrittori che richiedono di esser letti lentamente: un attimo di distrazione può far trascurare una frase che ha un'importanza primaria: arte di sfumature, arte ambigua sotto l'apparente semplicità.

(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da Letteratura inglese)


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